Nel nuovo Odissea di Christopher Nolan, così come nel classico a cui si ispira, ricorre una norma morale: la legge di Zeus impone di accogliere la persona straniera, offrirle cibo, acqua e protezione. Viceversa, chi riceve ospitalità non deve abusare di chi gliel’ha fornita. È la xenía, il dovere sacro dell’ospitalità che regola il rapporto tra chi arriva e chi accoglie. Nell’antica Grecia, dove viaggiare significava esporsi a fame, sete e violenza, questo imperativo morale non era semplice cortesia, ma una condizione di sopravvivenza.
Al suo ritorno a Itaca, Ulisse ripensa ai vent’anni trascorsi lontano da casa e sembra comprendere finalmente la natura della propria colpa. Con l’inganno del cavallo di Troia non ha soltanto provocato morti e devastazione: ha violato la xenía. Il cavallo, presentato come dono, viene accolto entro le mura e permette ai Greci di entrare nella città sotto le sembianze di qualcosa di innocuo. Ulisse trasforma così fiducia e accoglienza in strumenti di distruzione, usando contro l’altro la vulnerabilità che deriva dall’ospitalità.
È qui che l’Odissea ci offre una lezione di etica estremamente attuale. La moralità di una decisione non dipende soltanto dai risultati. Le conseguenze contano: una buona politica deve perseguire il bene comune, garantire ordine e migliorare concretamente la vita delle persone. Ma non tutto ciò che promette un vantaggio è moralmente accettabile. Occorre chiedersi anche quali norme viola, quali diritti sacrifica e quale società contribuisce a costruire.
Le norme morali e giuridiche ci proteggono quando rispettarle appare poco conveniente. Il divieto di tortura non viene meno perché una confessione potrebbe produrre informazioni utili. Il diritto a un processo equo vale anche quando siamo convinti della colpevolezza di una persona. La riservatezza non scompare perché conoscere più dati agevolerebbe un’autorità. Se ammettessimo eccezioni ogni volta che intravediamo una conseguenza favorevole, i diritti diventerebbero concessioni revocabili.
Per questo l’etica dovrebbe essere insegnata fin dalla scuola attraverso la letteratura, la storia, l’educazione civica e il confronto con il presente. Niente sa mettere in evidenza le ambivalenze, i conflitti e le zone d’ombra della nostra moralità come i grandi classici. Leggere l’Odissea significa domandarsi non soltanto che cosa funziona, ma che cosa è giusto e che cosa diventiamo scegliendo un mezzo anziché un altro.
Molti dei dilemmi che crediamo nuovi hanno già attraversato l’umanità. I classici custodiscono l’esperienza morale di generazioni che hanno conosciuto il potere, la paura, l’inganno e la responsabilità prima di noi. Ignorarli non ci rende più moderni, ma ci impoverisce soltanto. Se imparassimo davvero a leggere e integrare nelle nostre scelte ciò che l’umanità ha scritto tremila anni fa, forse saremmo più saggi nel formulare le politiche pubbliche e decidere chi vogliamo essere oggi.
Giovanna Pedroni e Marta Fadda, Corriere del Ticino, 29.07.2026